Ecco un ulteriore comunicato che come Ampas, con i nostri 725 medici associati, vogliamo divulgare in relazione all’evolversi della situazione, con uno sguardo verso il difficile futuro prossimo che ci aspetta.

1. Una grave crisi economica alle porte

L’emergenza Coronavirus, quando finirà o si sarà attenuata, ci porrà davanti a una serie di questioni che ci costringeranno probabilmente a rivedere alcune delle nostre convinzioni. Alcune, probabilmente, anche in modo drastico.
Prima di tutto dovremo abituarci ad una grave crisi economica. Milioni di persone, in aggiunta ad eventuali lutti o periodi di malattia più o meno grave, si sono trovati a non percepire stipendio per alcuni mesi, mentre altri hanno dovuto chiudere le loro attività per non avere potuto più sostenerne i costi fissi (affitti, macchinari, assicurazioni, manutenzioni), lasciando magari sulla strada tutti i loro dipendenti. Altri ancora, nella migliore delle ipotesi, hanno visto ridotto del 30-50-70% il loro fatturato. Perché ogni attività è legata a tutte le altre e la crisi di un settore si riversa presto su tutti gli operatori di qualunque ramo. Se poi pensiamo al blocco totale delle attività turistiche ed enogastronomiche – le prime ad essere bloccate dall’ondata di panico – che in Italia rappresentano un indotto immenso, ci rendiamo subito conto di quanta gente finirà sul lastrico in breve tempo senza rendersene conto.
Non credano i settori che sono sopravvissuti al trauma di poterla passare liscia. Anche chi vende farmaci o integratori sconterà presto il fatto che chi è in miseria non avrà i soldi nemmeno per comprare l’indispensabile. Figuriamoci il superfluo. E chi avrà ancora fatturato qualcosa sarà poi chiamato a pagare con le sue tasse lo scompenso di bilancio legato agli aiuti a pioggia che i vari governi dovranno prevedere per evitare la guerra civile.
Una via percorribile potrebbe anche essere quella di analizzare a tappeto la positività agli anticorpi anti-Coronavirus sulle tante, tantissime persone che hanno incontrato il virus e l’hanno superato come una normale influenza, senza quindi più essere in alcun modo portatori. I test sono già disponibili e hanno un costo irrisorio. Le persone dotate di anticorpi potrebbero riprendere quindi a lavorare da subito senza alcuna limitazione, né rischi per nessuno.
Presidente del consiglio, membri del governo, vi preghiamo: valutate con grande attenzione ogni nuovo provvedimento, ogni nuovo prolungamento di questa situazione, perché ogni giorno in più di costrizione al non lavoro significherà sofferenza, disagio, povertà per milioni di persone.

2. Costi sanitari della povertà

Spesso non è chiaro all’uomo comune quanto povertà e cattiva salute siano strettamente connesse. Sentiamo in giro frasi superficiali del tipo: “prima la salute, poi l’economia” a giustificare il fatto che sia meglio essere vivi ma sul lastrico che morti con il frigo pieno. Chi fa queste affermazioni ignora che la salute non aiuta mai chi non ha i soldi per mangiare o fatica ad arrivare a fine mese. E i numeri sono impressionanti. Come in uno studio che ci dice che Il diabete, per esempio, è una patologia fortemente associata allo svantaggio socioeconomico. Le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8%. In pratica morbilità e mortalità raddoppiano in condizioni di svantaggio socioeconomico. Se pensiamo al numero dei diabetici in Italia (parliamo di 6 milioni di persone toccate dal problema) possiamo farci un’idea dell’impennata di mortalità cui ci toccherà assistere. E questo solo per il diabete. Proviamo ad aggiungere suicidi, depressione, patologie cardiovascolari, ipertensione, malattie autoimmuni? Se la situazione di blocco del paese dovesse protrarsi ancora a lungo la conta dei decessi (non dei soli danni economici) diventerebbe senza fine.
Pare tuttavia che la cosa non importi a nessuno. Da mesi solo i decessi da Covid-19 sembrano contare. Morti di serie A, dunque, e morti di serie B. Perché?

3. È possibile una via diversa dal blocco?

Esistevano altre alternative al blocco totale? Non lo possiamo sapere e col senno di poi sono bravi tutti. Altri paesi hanno fatto scelte diverse che solo il tempo dirà se giuste. Ma si poteva comunque aprire un dibattito democratico sulla questione, invece di decidere unilateralmente che esisteva una sola via, quella del panico e del blocco totale. Che magari sarebbe stata lo stesso la via da percorrere (magari senza il panico generato da giornalisti in vena di sensazionalismi) ma almeno preceduta da un serio dibattito che mettesse al corrente sulle possibili alternative e sui danni certi procurati da questa direzione di intervento. Altri paesi, come Israele, come la Svezia, come la Svizzera, hanno fatto scelte diverse, proteggendo e isolando anziani e figure sensibili, ma lasciando diffondere il virus nelle scuole e nei luoghi di lavoro per costruire resistenza. Il Corriere della sera in questi giorni lancia delle proposte concrete (rientro al lavoro dei minori di 50 anni, riapertura scuole materne ed elementari, aiuti vari) per consentire una riapertura, ma già diverse voci, anche da politici di rango, si stanno levando per capire se sia proprio necessario affondare il paese. L’efficacia di queste misure ci sarà data solo dal tempo. Nessuno può dire con certezza quale, fatte le somme, avrà procurato meno dolore.

4. Libertà di espressione

Abbiamo dovuto assistere alla lotta uno contro l’altro di coloro che avevano la verità unica e indiscutibile stampata nel cervello. Abbiamo dovuto assistere alla lotta contro gli “untori”, come se il Manzoni non ci avesse istruito sui rischi legati all’odio e alla ricerca del colpevole, dimenticandoci che di fronte ad un problema coloro che cercano sempre di dare la colpa a fattori esterni sono e saranno sempre dei falliti. Abbiamo dovuto assistere alle denunce da parte di sedicenti “comitati trasversali per la scienza” verso chiunque sostenesse verità diverse rispetto alla narrazione dominante, e abbiamo assistito alla chiusura di siti da parte di AGCOM (l’autorità garante per le telecomunicazioni) se appena testi o filmati sostenevano info diverse rispetto al panico diffuso in TV. Questo rappresenta un grave attentato al principio costituzionale della libertà di espressione, nel momento in cui tale espressione non insulta né discrimina nessuno, e riporta fonti e dati scientifici a supporto.
Questa emergenza ha di fatto instaurato un regime di polizia con certificati e vincoli (come quello del divieto di fare sport o di far uscire i bambini da casa) sconosciuti agli altri paesi europei. Cerchiamo almeno di far prevalere il buon senso e di limitare gli interventi al minimo indispensabile per contenere il contagio. Diversamente saremo l’uno contro l’altro armati a distribuirci le colpe.
Perché, si sa, la colpa dev’essere sempre di qualcun altro: il cinese, l’extracomunitario, l’untore, quello che va a correre nel bosco da solo e che rischia di essere menato o preso a sassate da qualche minus habens. Questo il mondo davanti al quale ci troveremo alla fine dell’emergenza.

5. Farmaci e integratori

Lo scenario che avremo davanti, posto di riuscire a sopravvivere, sarà dunque questo. Un mondo che avrà dovuto affrontare, e speriamo vincere, la sfida contro un virus insidioso, dalle spiacevoli evoluzioni polmonari verso anziani, immunodepressi e pazienti fragili di ogni genere, ma che virtualmente è privo di cure. Perché a nulla servono paracetamolo, cortisonici, antibiotici contro un virus. E non riporrei grandi speranze né nei cocktail di antivirali (che hanno spesso effetti collaterali maggiori rispetto ai benefici) né nei vari farmaci off label di cui oggi si parla come clorochina e idrossiclorochina (antimalarici) o il tocilizumab (in uso contro l’artrite reumatoide per contrastare la tempesta infiammatoria basata su IL6). Forse maggiori benefici si potrebbero avere togliendo alcuni farmaci, piuttosto che aggiungendoli. In questo momento è per esempio ben documentata (articoli su Nature cardiology, BMJ, Lancet, Cell) la capacità di aumentare l’espressione dei recettori ACE2 da parte degli antipertensivi della classe degli ACE-inibitori e dei sartanici, da parte di alcuni analgesici FANS, in particolare dell’ibuprofene, e da parte degli antidiabetici chiamati glitazoni. Prudenza vorrebbe (ma solerti società di specialità si sono affrettate a dire che il dato clinico non è ancora definitivo) che tali farmaci venissero sospesi o sostituiti con analoghi di classe diversa, senza stare troppo a sottilizzare.
Immaginiamo i laboratori dell’industria farmaceutica in febbrile attività per testare ogni genere di farmaco già esistente per vedere se, fortunosamente, può avere qualche azione sui pazienti in crisi polmonare interstiziale. Scoprire anche solo una blanda efficacia nel ritardare di qualche giorno il decesso può significare un fatturato miliardario. Ma la realtà è sotto i nostri occhi, ed è del tutto simile a quella del raffreddore comune e di mille altre malattie virali, dall’Herpes alla mononucleosi: è solo la risposta interna antivirale efficace, quella di un corpo sano e con il sistema immunitario integro, che può vincere la malattia (qui un link sull’azione antivirale di rimedi naturali come vit. A, C e D, minerali e fitoterapici: https://www.dietagift.it/?p=7522 ). Non può non indignare l’ottusa presa di posizione di molti medici che negano l’evidenza dell’efficacia di vitamina C e D che è invece documentatissima a livello scientifico. Anche un noto commentatore scientifico televisivo, pur non medico, si è permesso senza vergogna di mettere alla berlina l’uso della vitamina C, solo – pensiamo noi – perché non brevettabile. Per fortuna ci giunge notizia che in alcuni ospedali stanno già iniziando a somministrare 2-3 g/die di vitamina C ai pazienti in difficoltà respiratoria. E molti medici tolgono a quei pazienti tutti i farmaci ritenuti inutili, in primis le statine e i gastroprotettori. Speriamo che questa epidemia porti con sé almeno la consapevolezza dell’inutilità del sovraccaricare anziani già fragili con un numero inaccettabile di farmaci.
A proposito di cure, non si può non rilevare la dannosità del trattamento in fase iniziale infettiva di paracetamolo per ridurre la febbre. Come spiegare a coloro che continuano a farne ampio uso che la febbre è il più potente antivirale noto e che sopprimendoli si lascia via libera al virus? In quante lingue dovrà essere gridato questo semplice dato, teoricamente noto ad ogni studente di medicina del second’anno?

6. Immunità di gregge: chi difende gli altri e chi no

Una volta compreso il concetto che sono le difese naturali dell’organismo a sconfiggere il virus (nozione di cui noi medici di segnale parliamo da anni, ma che molti colleghi continuano ad ignorare), servirà muoversi con coerenza per gli anni a venire, valorizzando la tutela della salute attraverso la prevenzione.
Lo vogliamo ribadire con forza: chi è stato capace di ben rispondere all’incontro con il virus (perché naturalmente resistente o perché in buona salute grazie alla sua attenzione allo stile di vita) non solo ha salvato sé stesso da possibili complicazioni ma ha anche fatto da barriera naturale verso terzi, ritardandone la diffusione e creando quella “immunità di gregge” che, sebbene sempre parziale nel caso dei virus, è la sola che farà spegnere definitivamente la pandemia.
Dunque coloro che erano attenti al proprio stile di vita e grazie a quello non avevano bisogno di assumere farmaci, hanno difeso (e difenderanno) il resto della popolazione dall’infezione. Coloro invece che erano in situazioni di fragilità (obesi, anziani, fumatori, immunodepressi, pazienti oncologici, persone sedentarie o malnutrite, persone sotto trattamento con diversi farmaci, abitanti di zone ad alto tasso di inquinamento) sono stati il “ventre molle” che ha consentito il rapido diffondersi del contagio. Alcuni, tra costoro, hanno pagato questa situazione con la vita.
Chi ha badato alla sua salute negli anni, questo va ben capito, deve essere solo ringraziato dalla comunità, perché la sua salute ha permesso al virus di non avanzare e non diffondersi, non trovando terreno fertile per farlo. È chi ha perseverato in comportamenti e in stili di vita innaturali che ha invece generato terreno fertile per l’invasione del virus!

7. Fumo, inquinamento e responsabilità individuale

Non stiamo naturalmente dicendo che un individuo “fragile” si meriti sofferenze maggiori. Che colpa si ha ad essere, per esempio, anziani? Si può tuttavia dire con certezza che molte di queste “fragilità” avrebbero potuto essere evitate o almeno combattute con maggior vigore. Per esempio prendendo atto del fatto che chi fuma è molto più esposto al passaggio polmonare del virus perché rende meno efficiente quel tessuto nasale e tracheale detto “epitelio ciliato” il cui compito è proprio quello di tenere lontani dal polmone virus e altre particelle. E che chi vive in zone molto inquinate è soggetto agli stessi problemi a causa delle particelle PM10 o PM2,5 che veicolano le particelle virali e le introducono nei polmoni. Anche i numerosi pesticidi presenti su frutta e verdura vanno ad aggravare l’inquinamento ambientale già pesante. Vi è inoltre una sensibilità legata all’infiammazione da cibo e agli sbalzi glicemici, fattori aggravanti nella crisi respiratoria. E ancora un effetto diretto dell’obesità (pare che quel 25% di donne decedute fosse in gran parte costituito da donne in forte sovrappeso), che sappiamo essere connessa alla sedentarietà e ad un’errata alimentazione zeppa di zuccheri e farine raffinate. Inoltre diversi lavori scientifici hanno documentato l’interferenza con gli antipertensivi della famiglia degli ACE inibitori (diffusissimi), con l’altrettanto diffuso analgesico ibuprofene e con gli antidiabetici glitazoni. Sono tutti davvero fattori di rischio inevitabili e verso i quali siamo del tutto privi di colpe? Io non credo. Quanti fumatori ho visto sui social prendersela con qualche sparuto corridore, che dichiarava di correre all’alba in campagna, come se fosse un untore?
Se ci fossero meno fumatori, meno persone costrette a vivere in città inquinate, più persone che comprano biologico senza pesticidi, meno persone imbottite di farmaci inutili, meno persone sedentarie e/o in sovrappeso e meno persone che si ingozzano di bevande zuccherate e di merendine, senza alcun dubbio il virus avrebbe trovato maggiore difficoltà a penetrare nella popolazione. Forse qualcuno ha già rimosso il fatto che solo pochi mesi fa, in epoca pre Coronavirus, la gente esauriva in poche ore le scorte di un nuovo biscotto al cioccolato fatto di zucchero, farina bianca e olio di palma. E che i poveretti che, spendendo di più, cercavano un’auto elettrica o a metano, o dei cibi da agricoltura biologica, per non inquinare, venivano regolarmente sbeffeggiati, insieme a Greta Thunberg, da fanatici delle prestazioni a benzina e da quelli del “tanto il biologico è tutta una truffa”.

8. Qualche numero da non dimenticare

Nei nostri precedenti comunicati avevamo riportato la mortalità italiana per tutte le cause (dati ISTAT 2017) confrontandola con quella da Coronavirus. Oggi questi numeri, rispetto ai precedenti, sono cresciuti, e anche se i decessi continuano a colpire soprattutto anziani con diverse comorbilità, è sempre necessario un confronto per inserire ogni fenomeno nella propria giusta cornice.
Ogni giorno in Italia muoiono 1855 persone per le più svariate cause. Le prime tre (malattie cardiovascolari, tumori e malattie respiratorie) ne provocano 1276. Al giorno.
Penso ci siano pochissimi dubbi sul fatto che la prevenzione di queste malattie passi attraverso alcune “semplici” regole:
  • Abolizione del fumo
  • Sana alimentazione
  • Attività fisica regolare
  • Controllo del peso
È certo che se ogni giorno tutte le TV incominciassero a contare analiticamente il numero dei decessi per quelle tre cause, irrigidendo le regole se non calano i decessi, vivremmo costantemente in uno stato di polizia e la maggior parte delle persone non potrebbe serenamente svolgere la propria attività. Perché con il Coronavirus tutto questo è successo? Nessuno di noi ha risposte preconfezionate e certe, ma qualche dubbio ogni tanto è giusto porselo. E provare a darsi qualche risposta.
Ragionare di questi numeri è un esercizio che dovremmo fare quotidianamente insieme a politici e giornalisti che si ostinano a scaraventare panico addosso alle persone.

9. Incentivi statali e pubblicità

Non sarebbe stata opportuna un’azione di governo volta a ridurre l’inquinamento nelle città che premiasse chi faceva scelte non inquinanti e che incentivasse al consumo di cibi sani, invece che di porcherie industriali dolcificate e diabetogene? È avvenuto invece tutto il contrario: per non inimicarsi le lobbies dei produttori dolciari e della plastica le relative tasse sono passate in fanteria e chissà mai se saranno riattivate. Ma anche durante la crisi il comportamento del governo non è stato, per così dire, cristallino: tra gli esercenti autorizzati a restare aperti, di fronte ad una chiusura quasi totale, hanno lasciato aperte le tabaccherie. Un gesto che ha voluto dire a tutti: guardate che continuare a fumare si può. Come se non fosse nota a tutti, a livello scientifico, la facilitazione del passaggio del virus nei polmoni dovuta al fumo. Ma mi chiedo: insieme alle mille raccomandazioni sul lavarsi le mani e sul restare a casa, una notifica sul fatto che sarebbe opportuno non fumare per non esporsi maggiormente al virus, non era il caso di farla girare? Chi si ammala e potrebbe farne a meno è due volte colpevole: verso se stesso e verso la comunità, perché sottrae un posto letto che avrebbe potuto andare ad altri meno fortunati. Inoltre, visto che l’uso di analgesici è stato correlato con una maggior espressione del recettore ACE2, la porta d’ingresso polmonare del virus, non si potevano vietare almeno in questi mesi le martellanti pubblicità televisive di farmaci a base di Ibuprofene? Finché gli interessi delle lobbies saranno più forti del buonsenso sarà difficile pensare di indurre spontaneamente comportamenti sani e salutari nelle persone.

10. Divieti per i bambini e burocrazia

In mezzo ai vincoli particolarmente duri previsti dai decreti ministeriali, tra cui spicca quello relativo al divieto di allontanarsi per fare movimento non più di 200 m dalla propria abitazione (ma chi si adatta a fare sport in quelle situazioni non è detto che torni a casa illeso perché c’è chi insulta e chi tira sassi a chi si muove, tanto il panico è riuscito a condizionare le menti più fragili…), colpisce in modo particolare il divieto di fare uscire i bambini a prendere aria durante la giornata.
A tutti il governo ha pensato: ai cani che possono fare la loro passeggiata più volte al giorno. Ai tossicodipendenti da fumo, che possono andare dal tabaccaio appositamente aperto per loro. Ma i bambini no, loro devono rimanere chiusi in casa per settimane, con solo la televisione e qualche giochino al computer a fare loro compagnia, senza alcuna possibilità di movimento. Questo significa che nei prossimi mesi avremo tanti bambini obesi (eravamo già il quarto paese al mondo per obesità infantile), depressi, privi di vitamina D, malaticci e resi dipendenti da TV e PC. Magari qualche padre compassionevole andando al super a fare la spesa avrebbe potuto comprare loro un gioco di costruzioni oppure un bel libro per ragazzi da leggere insieme. Nossignore: nei supermercati, per decreto, è stata vietata la vendita dei “beni non indispensabili”, cioè libri, giocattoli, fogli e pennarelli per colorare. Che sono lì, naturalmente, ma con un cartello che ne vieta l’acquisto, come da decreto. Ecco, un paese che si dimentica dei bimbi, vera ricchezza umana ed economica per il futuro, forse si merita tutto questo.

11. Quando finirà tutto questo?

Quale lezione possiamo trarre da questa grave crisi, i cui effetti sentiremo per decenni? Innanzitutto che una patologia nuova di tipo virale non può essere curata con farmaci, che possono semmai limitarsi ad attenuare i sintomi, non senza regalare un po’ di effetti collaterali.
Se non esiste cura (e il tanto atteso vaccino, di fronte a un virus a RNA dalle continue mutazioni, non sembra essere risolutivo) l’unica via percorribile pare essere un rafforzamento dello stato di salute generale e del sistema immunitario di ogni individuo. In altre parole va protetta e migliorata la salute dell’intera popolazione italiana. Questo può proteggere non solo da nefasti esiti da infezione con Coronavirus, ma anche dai danni legati a molte altre patologie. Perché di prevenzione, in medicina, se ne parla pochissimo. In parte perché un sistema sanitario con poche risorse e dissanguato dal “tutto, per tutti” non può permettersi investimenti lungimiranti che non abbiano obiettivi immediati. In parte perché interessi commerciali fanno sì che nessuno spinga verso il prevenire, mentre tutti sono interessati al curare, spesso con costosi farmaci mutuabili.
Chi ha fatto prevenzione, dunque, l’ha fatta pagando di persona il suo sovrapprezzo: comprando solo cibi biologici, andando ad abitare fuori dalle città, acquistando auto non inquinanti, rinunciando a cibi industriali o dolcificati di bassa qualità, curandosi privatamente senza farmaci (perché il SSN di farmaci spesso ti riempie), scavando nella propria giornata il tempo di fare sport ed evitando di fumare. Quello che speriamo che oggi tutti capiscano è che, spesso in silenzio o circondati dall’ostilità altrui, queste persone hanno creato un primo forte muro di difesa verso il coronavirus che ha di fatto protetto il paese da una quantità di terapie intensive che non sarebbe mai stata in grado di gestire. Queste persone “sane” hanno gestito la propria infezione senza sintomi o al più con qualche giorno di febbre o rinite, costruendo quegli anticorpi che, nel tempo, proteggeranno altri dall’incontrare il virus. Gli altri hanno invece esposto sé stessi e il resto del paese ad una maggiore diffusione del virus.
Quando si fermerà questo stillicidio di decessi un po’ “da” e un po’ “con” Coronavirus? La risposta ogni virologo la conosce: quando il numero delle persone che avrà incontrato il virus, e l’avrà efficacemente combattuto, sarà diventato sufficientemente ampio da rendere difficile un’ulteriore circolazione del virus stesso nella popolazione. Quanto dovranno durare le restrizioni ancora in attesa che questo avvenga?

12. Situazione ospedaliera

Il sistema sta reggendo, e l’AMPAS vuole essere vicina a tutti i colleghi medici e ai sanitari che stanno lavorando in condizioni difficili, in carenza di posti ed esposti all’infezione a causa della carenza strutturale di dispositivi di protezione. Questa riteniamo sia una colpa grave di chi ha spostato la spesa del sistema sanitario nazionale verso un consumo abnorme di farmaci spesso inutili, depotenziando invece sia la figura del medico (privata di dignità dall’obbligo di seguire linee guida spesso dettate dall’industria, e dall’indegna pratica della medicina difensiva) che la disponibilità di posti letto in terapia intensiva, che oggi paghiamo carissima.
Ci auguriamo che finita l’emergenza, non finisca anche il rispetto per il lavoro del medico con cui tanto ci si è riempiti la bocca in questo periodo. E che gli stuoli di avvocati pronti a fare causa ad ogni piè sospinto, vera causa della medicina difensiva, si dedichino ad altro se non vogliono che l’intera categoria medica sia ridotta a meri esecutori di linee guida, incapaci di qualunque intuizione diagnostica o terapeutica.
Quanto ci vorrà perché i parenti di pazienti del pronto soccorso ricomincino a minacciarci o maltrattarci? Se provassimo a pensare già da ora ad un nuovo rispetto verso chi talvolta dà la vita per salvare altre vite? L’AMPAS, all’interno di un più ampio progetto coassociativo, si è coassociata con un’associazione che si occupa specificamente di “Responsabilità medica” con cui vogliamo percorrere un pezzo di strada assieme.

13. Uno sguardo al futuro

Dobbiamo dunque fare, tutti, una scommessa sul nostro futuro. Perché il mondo non sarà più lo stesso, dopo questa crisi. Dovremo capire, tutti e per bene, che se ci facciamo trovare impreparati come questa volta, non è detto che si possa sopravvivere.
In Italia abbiamo una maggiore letalità (decessi su positivi al tampone) rispetto alla Cina e agli altri paesi europei. Perché? Perché in Italia abbiamo più anziani, senza dubbio, ma anche perché il nostro SSN ha riempito questi anziani gratuitamente con un sacco di farmaci, di cui diversi, come abbiamo visto, favoriscono ingresso e progressione del virus. Siamo poi il quarto paese al mondo (dati Unicef 2019) per obesità infantile (il sovrappeso è un altro forte fattore di rischio di complicanza polmonare), e siamo la patria dell’industria dolciaria (diabete, sovrappeso, ipertensione, patologie cardiache sono le maggiori comorbilità che hanno caratterizzato i decessi da Coronavirus). Mi pare che come peculiarità italiane siamo messi bene, e ce n’è abbastanza da giustificare una letalità maggiore che altrove. E tuttavia, se per avere una manciata di morti in meno abbiamo bloccato per dei mesi interi l’economia del paese, cosa saremo in grado di fare, una volta usciti dall’emergenza, se capiamo che lavorando con forza su prevenzione e stile di vita di decessi possiamo evitarne decine di migliaia? Questa sarà la scommessa vera del futuro sanitario di questo paese. Se andremo avanti con i conflitti di interesse delle società scientifiche, che elaborano linee guida rivolte solo a riempire di farmaci le persone, rendendoci tutti malati cronici, nulla sarà cambiato. Se continueremo ad accettare i diktat delle lobbies dolciarie che impediscono una corretta informazione scientifica sui danni da zucchero e da sale negli alimenti, nulla potrà cambiare. Se continueremo a vivere in città sempre più inquinate e piene di traffico, stretti uno vicino all’altro, senza capire che ciò snatura ciò che siamo da un punto di vista biologico, non ne usciremo.
Tuttavia questa lunga e forzata “reclusione” ci ha costretto a rivedere alcuni dei nostri valori primari. Ciò che era importante prima non necessariamente lo è ancora adesso. Certi periodi della nostra vita superimpegnati, in cui non avevamo neppure il tempo di respirare, potremmo non essere più in grado di accettarli. E quei farmaci che servivano a stordirci o a sopprimere i sintomi che il corpo ci dava, per poter lavorare come schiavi la mattina dopo, forse non saremo più disposti a prenderli. Non escludo che anche un certo inquinamento gratuito (l’auto che scalda sotto casa, il proprietario del vigneto che ci avvolge in una nube tossica, l’azienda furbetta che scarica i liquami nel fiume, la cortina di fumatori che ti intossicano appena fuori dalla porta del cinema) non potrà più essere tollerato.
Auguriamoci che la rinascita post “guerra” al Coronavirus possa restituirci città nuove, persone nuove, arti mediche nuove e impegni ecologici e di salute nuovi, in primis per rispetto di noi stessi. Se così sarà, avremo trasformato la crisi in opportunità e ciò che uscirà da questa catastrofe potrà essere affrontato dai sopravvissuti con dignità e a testa alta. Nella speranza che il dopo possa essere migliore del prima. Perché le morti per incuria e disattenzione di chi doveva tutelare la salute dei cittadini attraverso la prevenzione possano, almeno per questa via, assumere un senso.